Piano B per "Tutta la vita che resta"
21 dicembre 2024
Una crepa sul muro che storpia la facciata bianca di una casa sul mare. Una cicatrice arrossata dal tempo e che non sa passare se non per il corpo. Quante crepe ha l’anima, quante ferite mai guarite conserva? Quali forme, suoni e colori ha la vita che rimane dopo un dolore inimmaginabile? Con una lunga lista di sentimenti affiorati e patimenti si sono mosse le passeggiate narrative di lettrici e lettori di Piano B nell’incontro di sabato 21 dicembre in scorso. Ospite degli amici dell’Associazione Ci Provo e del loro Spazio Novecento, il club ha discusso di “Tutta la vita che resta”, il libro di Roberta Recchia previsto dal palinsesto Piano B. Un gruppo come sempre numeroso è arrivato malgrado i giorni delle festività natalizie fossero alle porte con intense e accurate riflessioni sull’esperienza letteraria del mese. A quasi un anno dall’inizio dell’avventura del Club del Libro Filemone, è marcata adesso l’attitudine di ogni lettore a intervenire raccontando con particolare profondità il proprio percorso sensitivo e ragionativo attraverso la storia e i vari personaggi. Diventa interessantissimo ascoltare come salgano alla soglia della riflessione gli inevitabili raffronti con personaggi, sviluppo della trama, ambientazioni e tematiche affrontate dai precedenti libri scelti dal Club finora e con i tanti, tantissimi temi di carattere generale che vengono richiamati o proposti durante la discussione. Se il termine discussione deriva dal discorso dedicato al libro, l’intervento di ogni lettore si impreziosisce e reca valore al gruppo grazie all'ascolto attivo dei partecipanti che ricevono ogni contributo come un nuovo punto di vista, come una finestra che si affaccia su un'angolazione diversa di uno stesso panorama. Un mezzo per ampliare il sentire di ognuno e vivere l’incontro con ogni libro non una ma tante volte quante sono le voci ascoltate durante la serata del club. Il sorriso con cui ogni lettore arriva, con il libro letto tra le mani e il desiderio di vivere la serata, dando un contributo di parole e di emozioni, non smette di renderci orgogliosi. E stavolta l’Associazione lo è in modo particolare perché “Tutta la vita che resta” è stata la prima proposta di libro al buio che Filemone ha portato in Piano B. Una proposta fortunatissima che ha trovato il favore unanime dei lettori che si erano invece divisi con la lettura di “Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi. Cosa ha radunato sul tavolo dei sentimenti, stavolta, il circolo di lettura? Prima di ogni cosa c’è la comprensione del dolore dell’altro, sentimento che ognuno dei lettori ha rintracciato nei diversi modi di affrontare un grande dolore e di cercare di percorrere tutta quella vita che resta dopo quel dolore. Al centro della vicenda, ambientata a Roma a partire dagli anni Cinquanta, c’è una famiglia felice, con sacrifici e grandi prove di accettazione e amore disinteressato come bagaglio da raccontare nelle serate di festa accanto al camino. Marisa e Stelvio Ansaldo, con i due figli, Ettore e Betta, si muovono in un’esistenza che sa scovare arcobaleni dal centro di ogni tempesta e che sa vivere al sole anche se è tiepido, poiché ha conosciuto il freddo, il taglio che la vita può riservare. E qui, nel momento in cui ogni risveglio ha il profumo di una torta al limone, un fatto orribile spezza i protagonisti, spegne quel sole, graffia la gola e serra i polsi con il più grande dei dolori: Betta viene uccisa brutalmente durante una notte d’estate al mare. Da questo istante tutte le storie dei singoli protagonisti si congelano e si isolano in bolle in cui ognuno va avanti senza dare più nulla alla propria vitalità, all’idea di vivere ancora dopo quanto accaduto. Governa il mondo questa modalità sopravvivenza che accade da sola, in un incedere informe. Molti sono i non detti, le cose taciute sono centrali nella vicenda e sono parte di quel male che i lettori individuano insieme a chi ha compiuto il male. E ci sono poi i personaggi che conquistano un posto speciale nel cuore dei lettori: Corallina, su tutti, per il modo in cui ha dato al dolore patito una forma di rinascita così potente da cambiare in tutto la propria vita e disegnarla, a partire dal nome, dagli abiti, dal cuore, così come l’ha voluta. Sarà lei insieme a suo fratello Leo a far ripartire quella vita congelata, il resto della vita a cui i protagonisti avevano rinunciato. La profonda e rude periferia romana gioca un ruolo determinante nella vicenda come lo gioca in negativo lo scintillante e gelido mondo borghese, fatto di apparenze da salvare che uccidono quasi quanto gli assassini. Centrali sono stati nella discussione i tratteggi sulle modalità di soffrire e reagire, svelati dal percorso seguito da ogni personaggio. Il romanzo racconta l’amore ma tocca con decisione toni e temi del mistery, dando anche diversi spunti di matrice socioculturale popolare, dal boom economico del paese alla cementificazione del litorale laziale alla famosa nevicata del ‘56 che per Roma è memoria popolare. Il testo è ancora mezzo per osservare in che modo il pregiudizio - di genere, di classe, di conformità, di bellezza - operino nel romanzo e nella società e di come, da lettori, possiamo ogni volta rintracciarlo e combatterlo nella realtà di ogni giorno. La violenza e la sua negazione attraverso il silenzio, che sono argomenti della lettura, siano il messaggio verso chiunque si trovi in difficoltà o conosca persone in pericolo affinché sappiano che c’è sempre modo per fermare la violenza. E il silenzio non è il modo. Al termine della serata, con panettone e vin brulé per gli auguri natalizi, il Club ha scelto il libro per l’incontro fissato per la prima settimana di febbraio. Stavolta c’è una storia torbida nelle serate di Piano B con “L’abito da sposo” di Pierre Lemaitre. Sarà una discussione giallo-noir. Leggete con Filemone.
Veronica Turello
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